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Transizione ecologica: una sfida che diventa opportunità
30/06/2025Il ritorno di Donald Trump sulla scena politica non è solo un fenomeno elettorale, è una vera e propria scossa tellurica per l’economia globale. Con il suo nuovo pacchetto di dazi, il neo presidente ha riaperto un fronte che molti speravano fosse archiviato, la guerra commerciale.
A partire da aprile, Trump ha imposto dazi generalizzati tra il 10% e il 50% su quasi tutte le importazioni, colpendo duramente prodotti cinesi, metalli europei, auto messicane e semilavorati canadesi. Il messaggio è netto. “America First” torna ad essere la bussola della politica economica USA, anche a costo di isolare Washington dalle regole del libero mercato internazionale.
Il 4 giugno è arrivata la mossa più pesante, l’aumento al 50% dei dazi su acciaio e alluminio, giustificato dalla necessità di salvaguardare la produzione interna, ma interpretato dai mercati come un segnale di chiusura aggressiva. Le prime vittime? Le imprese manifatturiere statunitensi stesse, che ora si trovano a fare i conti con costi in ascesa e catene di fornitura compromesse.
L’effetto sulle Borse non si è fatto attendere. Il Dow Jones ha lasciato sul terreno quasi il 10% in meno di un mese, l’S&P 500 ha perso il 2,8% in pochi giorni, mentre il Nasdaq, notoriamente più sensibile alle dinamiche globali, ha registrato un calo del 3,4%. In Europa, il DAX di Francoforte ha visto svanire i guadagni primaverili, mentre il FTSE MIB ha subito un contraccolpo su titoli come Stellantis, Brembo e Pirelli, fortemente esposti all’export.
Le imprese europee e asiatiche cominciano a fare i conti con una prospettiva di lungo termine fatta di barriere, rincari e margini compressi. Secondo un’analisi di Goldman Sachs, l’effetto complessivo delle misure tariffarie potrebbe costare all’economia globale oltre 1,4 trilioni di dollari in crescita mancata entro il 2026.
La reazione di Pechino non si è fatta attendere, dazi speculari sui beni americani, limitazioni sulle importazioni agricole e una stretta sui semiconduttori. Ma questa volta la Cina non è sola. Molti Paesi, soprattutto in Asia e Sud America, stanno valutando ritorsioni coordinate o accordi alternativi per aggirare le imposizioni statunitensi.
Trump, però, punta tutto sul consenso interno, le tariffe vengono presentate come strumento di “difesa del lavoro americano”. Ma gli analisti avvertono, dietro l’effetto elettorale immediato, si nasconde il rischio concreto di una frammentazione dell’economia globale in blocchi regionali contrapposti.
A gettare benzina altra sul fuoco è stato certamente l’attacco aereo condotto da Israele su alcune infrastrutture strategiche in Iran, in risposta a un presunto tentativo iraniano di trasferire missili a gruppi armati filo-teheran nel sud del Libano. L’azione ha riacceso le tensioni nella regione e innescato un’impennata nei prezzi del greggio, il Brent ha toccato quota 96 dollari al barile, ai massimi da oltre 18 mesi.
La reazione dei mercati energetici è stata immediata. Timori per la stabilità del Golfo Persico e per le rotte di approvvigionamento hanno spinto gli investitori verso asset rifugio come l’oro (salito del 4% in una settimana) e i titoli di Stato americani, mentre il settore dei trasporti e dell’aviazione ha subito pesanti ribassi.
L’intreccio tra geopolitica e dinamiche commerciali sta alimentando un clima di instabilità che potrebbe avere ripercussioni profonde sull’economia mondiale. Secondo un report del Fondo Monetario Internazionale, se la guerra dei dazi dovesse protrarsi fino al 2026, la crescita globale potrebbe ridursi fino allo 0,7% rispetto alle stime attuali.
Il rincaro del petrolio, inoltre, alimenta le preoccupazioni di un ritorno dell’inflazione. Le banche centrali, che avevano iniziato a valutare un allentamento delle politiche monetarie dopo la lunga stagione dei tassi elevati, si trovano ora in una situazione di stallo. La Federal Reserve ha rinviato ogni decisione su eventuali tagli, mentre la BCE ha mantenuto un profilo prudente.
Nel mezzo della tempesta finanziaria, alcuni comparti soffrono più di altri. La tecnologia e l’automotive, esposti direttamente ai nuovi dazi, stanno perdendo terreno. I titoli asiatici, in particolare quelli cinesi, hanno subito forti vendite, con l’indice di Shanghai in calo del 4,5% in cinque giorni.
Resistono invece i settori energetico e delle materie prime, trainati dall’aumento delle quotazioni del petrolio, mentre le aziende attive nella difesa e sicurezza beneficiano di un contesto internazionale sempre più instabile.
In questo scenario, a dominare è soprattutto l’incertezza. Gli analisti di Goldman Sachs e Morgan Stanley invitano alla prudenza, sottolineando che eventuali nuove escalation, sia sul fronte commerciale sia militare, potrebbero aggravare la volatilità. Molti gestori stanno già orientando i portafogli verso asset difensivi e liquidità, in attesa di capire se l’attuale tempesta si trasformerà in un uragano finanziario.
Il rischio sistemico è ancora lontano, ma gli ingredienti per una crisi di fiducia ci sono tutti. La politica, ancora una volta, irrompe sui mercati e mette alla prova la tenuta di un’economia globale già segnata da guerre, inflazione e squilibri strutturali.
Gli sviluppi delle prossime settimane saranno cruciali. Se da un lato il ritorno di Trump impone una riflessione sul futuro delle relazioni commerciali globali, dall’altro la tensione in Medio Oriente ci ricorda quanto il prezzo della stabilità internazionale sia sempre più alto. In questo fragile equilibrio, la Borsa diventa lo specchio inquieto di un mondo in cerca di nuovi punti fermi.
di Roberto D’Elia